Abbiamo paura della perdita ma abbiamo altrettanto timore di condividere un sogno.
Il regista fotografa la "sua" famiglia individuandone elementi che l'accomunano alle "nostre" famiglie, a quelle dei nostri condominii, a quelle della porta accanto, in sostanza alla maggior parte di quelle del nostro tempo.
Proviamo ad analizzare alcuni di questi elementi, cominciando dal sogno.
Ciascuno dei personaggi del film ha un sogno, inteso non soltanto nella formula più comunemente usata: avere un sogno nel cassetto, ma in un'accezione meno usuale che può sostanziarsi nel progetto della propria identità. Sognare il futuro, si dice, nel senso di immaginare se stessi nel tempo identificati per quello che fanno, per ciò che pensano, per le persone con cui interagiscono, per i luoghi nei quali si muovono.
La costruzione della propria identità è un aspetto fondamentale del processo di crescita; essa si realizza e si consolida attraverso il suo riconoscimento da parte degli altri. L'esperienza del riconoscimento reciproco è alla base della realizzazione di ogni sogno; è il supporto a perseguirne la realizzazione anche quando per realizzarlo si affrontano molti ostacoli. Può accadere, tuttavia, che gli altri, soprattutto quegli atri speciali che sono i nostri compagni di viaggio, le persone a noi più vicine, non solo non ci riconoscano per quelle parti importanti di noi stessi, ma che le squalifichino, sviliscano, distruggendoli, i frammenti di sogno rimasti.
Il dolore che ne scaturisce è pressoché insopportabile e provoca, in forme alternate, reazioni rabbiose di aggressione dell'altro, o l'isolamento dall'altro, il silenzio, il rifiuto della comunicazione.
Il dialogo si fa sempre più scarno, concentrato su aspetti banali della quotidianità, tralasciando o temendo, aspetti significativi della storia personale e di quella in comune. Ci si distanzia sempre più nella solitudine, trasportando il fardello della nostra identità spezzata, scissa, della quale chiediamo, di tanto in tanto, una definizione attraverso la domanda: "tu come mi vedi dal di fuori?"
Nel film di Muccino questa domanda viene posta più volte e da ogni componente della famiglia all'altro, quasi in un ultimo, disperato tentativo di riconoscimento.
Le risposte sono per lo più frustranti, sicché ognuno va a rincantucciarsi nella sua solitudine, cercando di coprire, nascondere il vuoto comunicativo, cambiando sempre il luogo del suo essere presente. Nel film questo effetto è ottenuto magistralmente attraverso il ripetuto aprirsi e chiudersi delle porte delle stanze e lo spostarsi repentino dei personaggi da una zona all'altra della casa dove vengono sorpresi, individui dolenti, angosciati, dall'occhio dello spettatore. Bisogno di riconoscersi, di ritrovarsi, negato dai suoni inutili ed ossessivi della televisione sempre accesa.
Spostamenti e rumore che accentuano, piuttosto che coprire o celare, l'affanno nella voce che accompagna gli stentati dialoghi o le comunicazioni gridate o sussurrate.
Affanno del vivere di corsa, rincorrendo il sogno o, in fondo, se stessi per non raggiungersi mai. Acciuffarsi, catturarsi significherebbe ricollocarsi nel sogno, ricostruirsi, ridefinirsi rispetto a se stessi e agli altri . . ma questa è un'operazione difficile; le energie impiegate, sprecate a difenderci o aggredire, a nasconderci non possono più essere utilizzate per operazioni positive, costruttive della nostra vita.