Lunedì 08 Febbraio 2010

Il costruttore di bare

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I genitori e Giovanna sono seduti davanti a noi taciturni, il capo chino, l’espressione triste; la madre e la figlia sedute più vicine, il padre distante, un po’ periferico.

Quando cominciamo a chiedere di parlare del conflitto la madre esordisce dicendo che Giovanna è una ragazza ribelle, non ascolta, si comporta male, non va a scuola, nel corso dell’anno scolastico ha spesso «marinato» la scuola, falsificando la firma dei genitori nella giustifica e, quando l’hanno scoperta, hanno deciso di impedirle di continuare la frequenza scolastica, lasciandola chiusa in casa ed impedendole la frequentazione dei luoghi di aggregazione parrocchiale e le uscite con gli amici.

Sperano in questo modo che ella comprenda la necessità di obbedire alle regole dei genitori e di comportarsi adeguatamente per esprimere gratitudine per tutto quello che hanno fatto per lei.

Giovanna non aspetta neppure che le offriamo la parola per esporre le cose dal suo punto di vista, per riferire che i suoi non sono genitori, ma carcerieri e che la punizione è sproporzionata alla marachella commessa e che questo non è giusto.

I toni della voce esprimono una forte rabbia da parte di entrambe; il padre, invitato a parlare, si limita a dire che è d’accordo con la moglie.

Il bisogno di riconoscimento è fortissimo, negato e mascherato attraverso la richiesta di comportamenti di ruolo: un figlio deve comportarsi bene, una madre deve essere affettuosa.

C’è un grido soffocato «voglio essere tua figlia», «voglio essere tua madre!», ma le parole che pronunciano sono esattamente il contrario: «non sei una brava figlia», «non sei una buona madre».

Sentiamo nell’aria la paura della morte definitiva di questo rapporto e questa paura rende sempre più aspri i toni del dolore. Cerchiamo di uscire dal problema con domande sulla loro storia.

Scopriamo così che i coniugi sono sposati da 10 anni; lui è falegname e lavora in una fabbrica di bare, lei è casalinga. Dopo 5 anni di matrimonio scoprono che non possono avere figli e decidono di adottarne uno. Viene loro proposto di adottare due fratelli, Giovanna, appunto e suo fratello Matteo che è gravemente ammalato. I coniugi accolgono i due bambini presso di loro e si dedicano con grande impegno alla loro cura. Le condizioni di salute di Matteo peggiorano tanto che essi si occupano della sua ospedalizzazione, vivono tutto il dramma della malattia, «dimenticando» Giovanna. Il bambino muore e, a qualche mese di distanza, cominciano le prime manifestazioni del conflitto tra Giovanna e la madre.

I bisogni personali urgenti e inespressi, quello di Giovanna di appartenere al contesto familiare e di sperimentare una filialità negata dalla presenza del fratello malato; quello della madre di riprovare a mettere in campo un ruolo materno duramente messo alla prova, collocano entrambe in una posizione di attesa, di riconoscimento da parte dell’altra. Distanza, separazione, solitudine, paura della perdita, dolore: li accolgo, li rispecchio, dando loro voce, trasformo le accuse in richieste permettendo il riconoscimento della reciproca situazione di sofferenza. Madre e figlia riconoscono di essere state sole e di aver desiderato essere insieme; di essersi sentite separate, proiettate nello spazio infinito senza alcun punto di riferimento e di aver desiderato condividere tempi e spazi; di essersi sentite soffocare dietro la maschera della costruita indifferenza e di aver voluto gridare all’altra il proprio sentimento.

Da qui l’importanza della memoria. Attraverso la memoria, la ricerca della storia pregressa, il mediatore agisce sul tempo sbloccandone l’inceppo che lo rende circolare, ripetitivo e malato nelle liti, nella ripetizione delle stesse chiusure. Il mediatore apre una porta.

Via via che il percorso mediativo procede, tutti, nella stanza di mediazione, sentono che non sarà necessario costruire un’altra bara.

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