Storie di conflitti, di competizione tra madre e padre sostenuta dall’organizzazione della società occidentale e dai conseguenti studi della psicologia che hanno sempre privilegiato l’osservazione del rapporto madre-figli, rinforzandone l’imprescindibilità nella crescita del bambino.
Il padre è stato quasi sempre visto come terzo; si è preferito, in qualche modo, sottolineare le inadempienze e le inadeguatezze, fino a decretarne la “morte”, attraverso l’abusato utilizzo della formula “società senza padri”.
Il significato originario, derivante da analisi sociologiche orientate a cogliere le trasformazioni del ruolo paterno nelle società altamente tecnologizzate, è stato nel tempo rivisitato e riadattato a una serie considerevole di situazioni, finendo col divenire uno slogan sbandierato come strumento “bellico” nel conflitto tra i generi, con particolare violenza dal movimento femminista radicale.
Ai padri si rimproverava tutto: l’autoritarismo e l’analfabetismo affettivo; lo scimmiottamento dei comportamenti femminili e il disinteresse totale nei confronti della famiglia.
Il conflitto trova poi la sua esplicitazione più evidente quando madri e padri sono alle prese con la riorganizzazione del nucleo “diviso”, e cioè di fronte alla separazione.
Questo evento del ciclo vitale reclama la riorganizzazione della famiglia e anche una ristrutturazione delle relazioni genitori-figli, compiti che quasi mai sono svolti in modo sereno e tranquillo. La difficoltà di passare dal superamento del conflitto coniugale all’assunzione di una responsabilità genitoriale condivisa è il fattore principale della sofferenza dei figli.
tratto da Di Padre in Padre. I tempi della paternità di Anna Coppola De Vanna, Fulvia D'Elia e Lazzaro Gigante, Edizioni La Meridiana, 2008