I motivi di tale fallimento sono da rapportarsi ad una diffusa confusione tra interventi di tipo mediativo ed altri e diversi tipi d'intervento, quale la consulenza tecnica d'ufficio, la consulenza familiare, il tentativo di conciliazione, la presa in carico psicologica delle conflittualità familiari.
La confusione riguarda anche la collocazione della mediazione familiare, cioè se essa debba essere prevista all'interno delle procedure giudiziarie in materia di separazione e divorzio o essere attivata parallelamente al giudizio e collocarsi sul territorio per diventare uno dei tanti interventi di sostegno messi in atto dai consultori familiari.
In taluni casi si parla molto genericamente di "esperti", per indicare operatori di diversa professionalità capaci di aiutare la coppia alle prese con la separazione a superare i momenti più critici dell'evento separativo.
Si ha l'impressione che ci sia una sorta di difficoltà a riconoscere la figura del mediatore familiare nella sua specificità, privilegiando ambigue commistioni di attività conciliative, di controllo, di consulenza, di terapia, di educazione alla genitorialità.
I mediatori aspirano ad una chiara definizione, sul piano normativo, delle peculiarità di questa figura professionale, la cui operatività mira a realizzare sinergie nell'ambito della rete più vasta di interventi a tutela dei processi di cambiamento del sistema-famiglia e in vista della diffusione di una cultura del vivere sociale orientato a realizzare reti solidaristiche di relazioni.
Da "CAMBIARE PER NON CAMBIARE" scritto da Anna Coppola De Vanna, pubblicato sulla rivista "Mosaico di Pace", n.6 - Giugno 2005, pag. 24-26