Lunedì 21 Giugno 2010

Il mediatore

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Quando parliamo di mediazione usiamo spesso il termine contesto di mediazione per intendere che si tratta di un sistema di cui il mediatore è parte integrante. In quanto tale, egli contribuisce all'evoluzione o all'involuzione del sistema in direzione del cambiamento.

Considerato a sé, il mediatore si definisce per talune qualità quali l'accoglienza, l'imparzialità, la confidenzialità. Con esse si intende far riferimento ad un atteggiamento espresso dal mediatore nel corso dell'intervento, che riguarda la capacità di accogliere con empatia le emozioni delle persone, senza giudicare o parteggiare per una o per l'altra, ma, al contrario, accogliendo entrambe per stimolare la comprensione reciproca e riattivare la comunicazione.

L'utilizzazione del termine atteggiamento non è casuale, perché il mediatore non adotta tecniche o stili di conduzione, ma presenta un modo di "essere con" gli altri, esprime anch'egli una forma di consenso, cioè di "sentire con"; non assume le qualità mediative per una sorta di adeguamento alle caratteristiche formali del ruolo, ma conquista gradatamente e faticosamente la sua posizione mediana, attraverso l'accoglienza dell'uno e dell'altro in quanto persone, al di là delle sterili categorizzazioni di ruolo.

Può accadere, tuttavia, che il mediatore pensi al suo intervento non in termini di empatia, ma in termini di tecnica.

E' il caso, per esempio, del mediatore pedagogo.

Il rischio di considerarsi giusti e capaci per definizione, cioè per il semplice fatto di essere mediatori, può indurre la tentazione di attivare la cosiddetta "mediazione pedagogica". I partecipanti ai corsi di formazione alle prime armi, quando sono invitati ad elaborare una definizione sulla mediazione familiare, spesso la descrivono come un intervento educativo, utile agli ex coniugi per imparare ad essere, diventare bravi genitori. Possiamo immaginare cosa succederebbe se, lontano dagli ambienti di formazione, nella pratica della mediazione, il mediatore cominciasse, facendo ricorso alle proprie conoscenze, ad insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato per essere genitori efficaci.

Uno degli effetti probabili di tale atteggiamento potrebbe essere quello di indurre sentimenti di colpa in quei genitori che non riuscissero ad adeguarsi allo standard proposto, ovvero potrebbe verificarsi un'impossibile aderenza di un modello precostituito alle differenti storie interpersonali e familiari.

Un simile intervento deve considerarsi deontologicamente scorretto dal momento che si sostanzia nel rinforzo di quei comportamenti di dipendenza, in questo caso dal mediatore, che nelle premesse indica di voler superare attraverso l'esplicitazione delle competenze improntate all'autonomia e alla responsabilità. Non solo, ma esso si sostanzia più come un intervento da "scuola per genitori" che come un'attività di tipo mediativo.

 

Da "CAMBIARE PER NON CAMBIARE" scritto da Anna Coppola De Vanna, pubblicato sulla rivista "Mosaico di Pace", n.6 - Giugno 2005, pag. 24-26

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