Può accadere, tuttavia, che il mediatore pensi al suo intervento non in termini di empatia, ma in termini di tecnica.
E' il caso, per esempio, del mediatore pedagogo.
Il rischio di considerarsi giusti e capaci per definizione, cioè per il semplice fatto di essere mediatori, può indurre la tentazione di attivare la cosiddetta "mediazione pedagogica". I partecipanti ai corsi di formazione alle prime armi, quando sono invitati ad elaborare una definizione sulla mediazione familiare, spesso la descrivono come un intervento educativo, utile agli ex coniugi per imparare ad essere, diventare bravi genitori. Possiamo immaginare cosa succederebbe se, lontano dagli ambienti di formazione, nella pratica della mediazione, il mediatore cominciasse, facendo ricorso alle proprie conoscenze, ad insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato per essere genitori efficaci.
Uno degli effetti probabili di tale atteggiamento potrebbe essere quello di indurre sentimenti di colpa in quei genitori che non riuscissero ad adeguarsi allo standard proposto, ovvero potrebbe verificarsi un'impossibile aderenza di un modello precostituito alle differenti storie interpersonali e familiari.
Un simile intervento deve considerarsi deontologicamente scorretto dal momento che si sostanzia nel rinforzo di quei comportamenti di dipendenza, in questo caso dal mediatore, che nelle premesse indica di voler superare attraverso l'esplicitazione delle competenze improntate all'autonomia e alla responsabilità. Non solo, ma esso si sostanzia più come un intervento da "scuola per genitori" che come un'attività di tipo mediativo.
Da "CAMBIARE PER NON CAMBIARE" scritto da Anna Coppola De Vanna, pubblicato sulla rivista "Mosaico di Pace", n.6 - Giugno 2005, pag. 24-26