La mediazione familiare non ha come obiettivo principale la soluzione del conflitto attraverso la stipulazione di accordi più o meno accettabili; essa si pone la finalità primaria di consentire l'incontro tra due persone che vogliono ancora sentirsi genitori e che, attraverso il riconoscimento e l'accoglienza di un inevitabile dolore, hanno la possibilità di scoprire e potenziare capacità antiche e recenti , dando origine ad un processo globale di cambiamento e di realizzazione personale e familiare.
La mediazione familiare non è utile ai genitori soltanto perché permette loro di sostenersi a vicenda e di sviluppare una maggiore sensibilità al proprio ruolo, essa li aiuta anche ad "apprendere" un ascolto più attento e più autentico dei figli. Ascoltare i bambini è un'operazione complessa e delicata: il linguaggio dei grandi, sintonizzato su codici di comunicazione prevalentemente verbale, incontra talvolta difficoltà nel recepire i messaggi dei bambini e degli adolescenti che hanno una logica propria sul piano dei contenuti e caratteristiche distintive sul piano espressivo. A maggior ragione, in una fase di stress derivante da una situazione di disgregazione familiare, i genitori, disorientati dalla confusione dei loro stessi sentimenti, riescono ancor meno a leggere le reazioni dei propri figli, peraltro condizionate dall'evento contingente, sviluppando sentimenti di preoccupazione, di frustrazione, di colpa.
La mediazione familiare, allora, può avere l'effetto di rassicurare i genitori, di aiutarli a riflettere sulle manifestazioni emotive dei propri figli, di inventare nuove modalità d'interazione e riacquistate capacità di accoglienza di tutta la vasta gamma di emozioni, a volte contrastanti, che accompagnano l'esperienza della separazione nel vissuto dei bambini e degli adolescenti.
Da "VERSO UNA NUOVA ALLEANZA", scritto da Anna Coppola De Vanna, pubblicato sulla rivista "Mosaico di Pace", n.6 - Giugno 2005, pag. 21-23.