E' stato giustamente notato che nella diversa attribuzione di significato al fattore tempo può essere riconosciuta la fondamentale differenza tra giustizia e mediazione.
"La coscienza sociale sta, se pure lentamente, mutando atteggiamento in ordine alla modalità di gestione del conflitto quale che esso sia (civile, penale o amministrativo); sta passando dal privilegiare - per la soluzione del conflitto stesso - l'attenzione al passato (cosa che avviene con il processo in quanto tende ad accertare torti e ragioni nel contraddittorio, cioè con dinamiche conflittuali e che giunge ad una verità processuale, "il giudicato" che spesso lascia gli animi dei protagonisti ancora più esacerbati di prima), al rivolgere l'attenzione verso il futuro, inteso in termini di interventi che pongono al centro del loro interesse il conseguimento della pace sociale. La coscienza sociale sta passando da un modello di soluzione del conflitto di tipo contenzioso ad uno opposto tendente alla pacificazione: dal guardare a ieri in termini di restaurazione dei diritti violati al guardare domani in termini di recupero della sicurezza del vivere civile" (F. P. Occhiogrosso).
Dunque, la mediazione non è la giustizia né vuole sostituirsi ad essa; piuttosto essa si affianca all'insieme di interventi propri della giustizia per stabilire nuovamente un ordine venuto meno, attraverso i momenti dell'ascolto, dell'accoglienza del disordine, del dolore, della violenza, rivolgendo l'attenzione alla individuazione e all'utilizzo delle risorse personali di ciascuno al fine di realizzare un cambiamento condiviso.
La mediazione penale è quella rivolta alla relazione tra vittima e reo attraverso la costruzione del contesto mediativo. Quello che si realizza al suo interno è la rappresentazione dei diritti, dei bisogni, delle responsabilità.
La qualità funzionale di tale contesto è assicurata dalla creazione di una relazione garantita dalla posizione mediana dell'operatore che accoglie e riconosce l'identità di entrambi i partecipanti e li accompagna nella ricostruzione di un ordine relazionale che l'evento-reato ha distrutto.
Vittima e reo procedono insieme in un percorso di responsabilizzazione che, partendo dall'espressione della sofferenza causata dall'evento-reato, si articola in più momenti comunicativi che liberano le emozioni, facilitano la comprensione reciproca, danno significato concreto a tutte le forme di riparazione che perdono, per il fatto stesso di essere concordate, il carattere puramente simbolico e si qualificano come vere e proprie risposte al bisogno di giustizia.