Mercoledì 03 Marzo 2010

Vittima e reo oltre le categorie

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Il passaggio dalla considerazione della particolare fase della storia evolutiva dell'individuo che chiamiamo adolescenza alla presa d'atto della singolarità del comportamento deviante all'interno di tutti quelli possibili adolescenziali, come comunicazione-relazione con la possibile vittima di tale azione, introduce al secondo elemento che individua il sistema mediativo e cioè la particolare costruzione di una peculiare realtà nella stanza di mediazione che è il risultato dello stesso processo mediativo.

Vittima e reo: "fintanto che ciascuno dei due si rapporterà all'altro per il tramite del protocollo rappresentato dal ruolo, un muro di incomprensione e di incomunicabilità impedirà che si riconoscano come persone; quello che è fondamentale per entrambi è abbandonare la "prigione" nella quale ciascuno è rinchiuso ed accogliere le reciproche richieste. In questo modo la violenza, che è espressione della sofferenza, troverà un luogo in cui raccontare se stessa e cercare una nuova definizione; le parti in conflitto possono allora giungere insieme ad una soluzione; la scelta della riparazione è una scelta comune, volontaria: è il passo necessario perché si compia il passaggio che consente di abbandonare il passato per rivolgersi al futuro"(J. Morineau).

E' stato giustamente notato che nella diversa attribuzione di significato al fattore tempo può essere riconosciuta la fondamentale differenza tra giustizia e mediazione.

"La coscienza sociale sta, se pure lentamente, mutando atteggiamento in ordine alla modalità di gestione del conflitto quale che esso sia (civile, penale o amministrativo); sta passando dal privilegiare - per la soluzione del conflitto stesso - l'attenzione al passato (cosa che avviene con il processo in quanto tende ad accertare torti e ragioni nel contraddittorio, cioè con dinamiche conflittuali e che giunge ad una verità processuale, "il giudicato" che spesso lascia gli animi dei protagonisti ancora più esacerbati di prima), al rivolgere l'attenzione verso il futuro, inteso in termini di interventi che pongono al centro del loro interesse il conseguimento della pace sociale. La coscienza sociale sta passando da un modello di soluzione del conflitto di tipo contenzioso ad uno opposto tendente alla pacificazione: dal guardare a ieri in termini di restaurazione dei diritti violati al guardare domani in termini di recupero della sicurezza del vivere civile" (F. P. Occhiogrosso).

Dunque, la mediazione non è la giustizia né vuole sostituirsi ad essa; piuttosto essa si affianca all'insieme di interventi propri della giustizia per stabilire nuovamente un ordine venuto meno, attraverso i momenti dell'ascolto, dell'accoglienza del disordine, del dolore, della violenza, rivolgendo l'attenzione alla individuazione e all'utilizzo delle risorse personali di ciascuno al fine di realizzare un cambiamento condiviso.

La mediazione penale è quella rivolta alla relazione tra vittima e reo attraverso la costruzione del contesto mediativo. Quello che si realizza al suo interno è la rappresentazione dei diritti, dei bisogni, delle responsabilità.

La qualità funzionale di tale contesto è assicurata dalla creazione di una relazione garantita dalla posizione mediana dell'operatore che accoglie e riconosce l'identità di entrambi i partecipanti e li accompagna nella ricostruzione di un ordine relazionale che l'evento-reato ha distrutto.

Vittima e reo procedono insieme in un percorso di responsabilizzazione che, partendo dall'espressione della sofferenza causata dall'evento-reato, si articola in più momenti comunicativi che liberano le emozioni, facilitano la comprensione reciproca, danno significato concreto a tutte le forme di riparazione che perdono, per il fatto stesso di essere concordate, il carattere puramente simbolico e si qualificano come vere e proprie risposte al bisogno di giustizia.

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