Ma un'azione deviante o delinquenziale conserva degli effetti espressivi quali indicatori relazionali del rapporto Sé azione, Sé altri, Sé – sistemi di appartenenza; essa appartiene alla classe più generale delle azioni umane, costrutti complessi, mezzi di comunicazione, mezzi di relazioni, espressioni di segnalazione d'esistenza di bisogni inappagati.
A questo proposito P. Casement parla di "Speranza Inconscia" riferendosi con questo termine ad "ogni forma di tensione verso ciò di cui si ha bisogno".
Egli scrive: "La speranza inconscia si esprime in modo molto specifico nel comportamento predelinquenziale, che Winnicott definisce "tendenza antisociale".
I ragazzi più grandi, quando i genitori non rispondono alle loro sollecitazioni di essere genitori migliori, spesso estendono la ricerca inconscia di ciò che manca loro comportandosi in modo analogo anche nei confronti di altre figure genitoriali. Gli insegnanti, e talvolta la polizia, sono in tal caso sollecitati a offrire la loro fermezza che non è stata trovata all'interno della famiglia. Ma essi cercano una fermezza che non sia disgiunta dal prendersi cura; e se non è questo che ottengono, il comportamento antisociale che ne consegue può diventare effettivamente delinquenziale. Credo che questo slittamento nella delinquenza, quando ha luogo, sia spesso originato dalla sensazione di essere stati abbandonati a se stessi; conseguenza del fatto che la speranza inconscia di contenimento o di comprensione non è stata appagata. In seguito, il guadagno secondario della delinquenza può in ultima analisi mascherare, o persino cancellare, l'originaria ricerca rimasta insoddisfatta. Ma non penso che in questo caso la speranza cessi di esistere; essa entra a far parte dell'inconscio rimosso, e si manifesta per il tramite di comunicazioni derivate, più oblique.
Talvolta, però, questo genere di comportamento predelinquenziale non è riconosciuto per ciò che significa - una ricerca inconscia di qualcosa che manca - e il momento della speranza va sprecato.
La mediazione può qualificarsi allora come il momento della speranza, quello in cui è possibile rispondere proprio perché non si danno risposte, ma si consente alle persone di trovarle da sé, ovvero si consente a ciascuno di trovare la propria risposta alla propria, personale domanda.
Non solo, ma la mediazione risponde anche alla domanda inconscia di cura, di attenzione ai propri bisogni che ognuno presenta: ciò si realizza perché la mediazione accoglie ciascuno con la propria storia, al di là delle schematizzazioni categoriali distinte, di vittima e reo, all'interno della più generale categoria di esseri umani.