Mercoledì 03 Febbraio 2010

Che cosa è la mediazione

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Tutte le volte che mi viene posta così, schematicamente, la domanda, confesso di non saper rispondere. Cerco come punto di riferimento le definizioni contenute nei sacri testi sull’argomento e le trovo concettualmente corrette e, tuttavia, sento che esse sono lontanissime dalla mia esperienza di mediatore.

Sarà forse perché molti di coloro che studiano la mediazione non hanno mai messo piede in una stanza di mediazione, sarà perché si pensa che appartengano allo stesso ordine concettuale la negoziazione, la conciliazione, l’arbitrato o forse, molto più semplicemente, la ragione di questa difficoltà consiste nel fatto che ogni definizione, proprio a motivo del suo carattere generalizzante e categorizzante, esclude o non riesce a contenere la vasta gamma delle ridondanti esperienze umane agite conflittualmente.

Comunemente si guarda all’incontro di mediazione come ad una rappresentazione scenica nella quale si svolge un rituale tragico sotto lo sguardo regista del mediatore, un dramma a cui egli non appartiene, ma che in qualche modo dirige, di cui mantiene la regia, orientando verso la soluzione o risoluzione della storia, riservando per sé uno spazio di neutralità.[…]

il mediatore deve fare da medium, ristabilire il racconto sospeso, raccogliere le ambiguità, trovare i nessi di una comunicazione interrotta.

È un altro rituale quello che si svolge sotto i miei occhi al quale prendo parte direttamente e che somiglia all’antico rito del fare il pane. È come se dovessimo approntare sul tavolo davanti a noi gli elementi essenziali da mescolare, girare e rigirare, lavorare tra le mani, fino ad ottenere qualcosa che non è la somma degli elementi ma un nuovo manufatto che lievita e che diviene qualcosa di utile, essenziale per continuare a vivere.

Tutti, mediati e mediatori, si sporcano le mani in questa operazione antica e straordinaria del fare il pane.

Tra le nostre mani sotto i nostri occhi lievitano nuovi progetti, nuove speranze a partire dalla sterilità e dalla fatica; dal conflitto che rende sterili alla speranza di poter riprendere il cammino.

Questa inebriante sensazione rievoca l’immagine delle donne d’un tempo della nostra terra le quali, prima dell’alba, con la stanchezza dei giorni sempre uguali, con l’incertezza del domani, con il coraggio dell’impegno quotidiano, preparano l’essenziale per i giorni che verranno. Sento che tutte queste emozioni riecheggiano nella stanza di mediazione tutte le volte che due persone, stanche di una quotidianità faticosa, incerte sui progetti del futuro, riacquistano il coraggio di condividere la ricostruzione della loro relazione e approntano quello che è essenziale per procedere lungo il cammino. […]

Mentre le parti litigano e non vedono che il proprio punto di vista, ognuno in maniera simmetrica e opposta rispetto all’altra, il mediatore può vedere le differenze comuni ai confliggenti e ripartire di qui operando perché le parti riprendano la comunicazione […]

Il mediatore è allora mezzo per la pacificazione, rimedio per il conflitto grazie allo stare tra i contendenti, né più in alto né più in basso, ma nel loro mezzo…

 

Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003

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