Mercoledì 27 Gennaio 2010

La maschera

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Capita in mediazione di provare la sensazione di trovarci di fronte a persone con una maschera sul volto.

Indossare una maschera non è di per sé un fatto negativo: a ciascuno di noi, in talune situazioni può essere capitato di mascherarsi per proteggersi, per non farsi attaccare, per isolarsi.

In tutti questi casi una maschera può servire.

Possiamo, tuttavia, correre il rischio che la maschera ci impedisca di respirare, togliendoci la vita, provocando la morte.

Questo è ciò che sentiamo quando abbiamo di fronte a noi persone in conflitto: sentiamo che soffocano, che avrebbero voglia di urlare, ma non ci riescono.

Vederli non vivere sotto i nostri occhi è un’esperienza intollerabile, e la sofferenza del mediatore è tale da posizionarlo alla distanza giusta a specchiare quel che è celato dietro la maschera per darle voce e volto.

L’incontro è realizzato con poche parole, il tono quasi impercettibile, a sottolineare la necessità del rispetto, ma anche il coraggio di incontrarsi al di là della maschera: il dolore è più vero della rabbia.

Permettere e permettersi di raggiungere questo traguardo è possibile a partire dal desiderio di libertà: il frutto è nel seme, nel punto di partenza, il traguardo. Ognuno può oscillare in avanti e in dietro alla ricerca di un equilibrio che continuamente si perde e si riconquista. Ognuno può «decidere» di rimanere imprigionato nella ragnatela delle interazioni violente o dare voce alle emozioni che liberano. […]

 

Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003

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