Possiamo, tuttavia, correre il rischio che la maschera ci impedisca di respirare, togliendoci la vita, provocando la morte.
Questo è ciò che sentiamo quando abbiamo di fronte a noi persone in conflitto: sentiamo che soffocano, che avrebbero voglia di urlare, ma non ci riescono.
Vederli non vivere sotto i nostri occhi è un’esperienza intollerabile, e la sofferenza del mediatore è tale da posizionarlo alla distanza giusta a specchiare quel che è celato dietro la maschera per darle voce e volto.
L’incontro è realizzato con poche parole, il tono quasi impercettibile, a sottolineare la necessità del rispetto, ma anche il coraggio di incontrarsi al di là della maschera: il dolore è più vero della rabbia.
Permettere e permettersi di raggiungere questo traguardo è possibile a partire dal desiderio di libertà: il frutto è nel seme, nel punto di partenza, il traguardo. Ognuno può oscillare in avanti e in dietro alla ricerca di un equilibrio che continuamente si perde e si riconquista. Ognuno può «decidere» di rimanere imprigionato nella ragnatela delle interazioni violente o dare voce alle emozioni che liberano. […]
Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003