So che li incontrerò, uno da una parte del pianerottolo, l’altro dalla parte opposta, distanti spazialmente, verosimilmente tanto quanto si sono distanziati emotivamente a motivo del conflitto.
Incontrerò la loro stanchezza, la loro fatica tanto simile alla mia e potremo cominciare quel lungo cammino che non sappiamo dove porterà: altro peso, altra roba da stipare in quella valigia, che invece ancora, dopo tanto lavoro, riesce ad essere leggera... […]
Sulla scrivania troverò soltanto un’asettica scheda con i loro nomi e la natura del conflitto o del reato.
Null’altro.
Li conoscerò molto di più, saprò delle loro storie, vedrò sotto i miei occhi l’espressione di tante e diverse emozioni e, più condividerò tutto questo, tanto più essi potranno andare lontano.
Io sono lì per accompagnarli. Non ho molto da fare, tranne che aprire la valigia e trarne gli utensili adatti.
La mediazione è fondamentalmente un incontro nel corso del quale i confliggenti vengono contattati al di là delle loro categorie, dei ruoli, soltanto in quanto persone.
L’assunto è facilmente accoglibile, quasi ovvio, ma rischia di risultare una semplice dichiarazione di principio se non si traduce in un comportamento del mediatore che, utilizzando se stesso come persona, accoglie dell’altro non soltanto il punto di vista, ma l’espressione di una particolare situazione della sua condizione umana in quel momento.
In quanto mediatore, ma soprattutto in quanto essere umano, conosco le cose che ascolto e riconosco a quale parte della mia storia personale, in quale zona del mio sentire vanno ad inscriversi, permettendomi di sentire insieme all’altro.
L’espressione, il più delle volte violenta, mi attraversa e va, in qualche modo, a produrre una risonanza lì dove l’esperienza di vita ha prodotto qualcosa di simile: posso sentire, dietro la rabbiosa violenza, il dolore per la delusione, per il tradimento, per l’incomprensione perché da qualche parte e in qualche tempo della mia esistenza qualcosa di simile è accaduto: posso aver provato un tale dolore e posso averlo trasformato in rabbia.
Da quel momento esso è là silente o rabbioso; traccia, segno come quelli che solcano i tronchi degli alberi e se toccato, risuona o fa risuonare antiche eco. […]
Questa la risonanza, come negli strumenti a corda dove ogni nota è in grado di far vibrare altre corde senza che esse vengano toccate: note diverse che emanano stessi armonici, magia dei rapporti musicali; così il «nostro corpo che, al contempo, si apre e si chiude», vibrando sulle emozioni dell’Altro attraverso i propri vissuti.
Ma l’accoglienza è anche uno spazio, è la possibilità, stando dalla parte del mediatore, di aver fatto largo tra le proprie personali emozioni, per poter accogliere quelle dell’altro.
Ancora una volta l’essere là ad accogliere rimanda ad un’immagine: quella di un vecchio tronco d’albero cavo, all’interno del quale il vento, le foglie, l’acqua penetrano, si rimescolano, producono suoni e rumori e riescono per continuare il loro corso, ma non senza aver fatto sentire la loro «voce», la loro eco.
Accogliere le parole – e soprattutto quello che esse rivelano della storia dell’altro, degli altri di fronte – assomiglia, per molti aspetti, a questa vicenda naturale, a questo evento che un numero infinito di volte accade nella natura e produce gli stessi effetti, quelli di appartenere ad un comune «universo», appartenenza che consente di «accogliere» tutto: il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il dolore e la felicità, la vita e la morte, elementi di un ciclo continuo. […]
Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003