Mercoledì 16 Dicembre 2009

La posizione mediana

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La sensazione più strana, sedendosi di fronte ai confliggenti, è  che l’essere in mezzo non è una strategia, non è una tecnica, non è una qualità; per certi aspetti, mediatori si diventa ogni volta che si entra nella stanza di mediazione e, seduti di fronte ai confliggenti, si cerca la posizione mediana.

Può  accadere di non riuscire a trovarla!

Essere lì mi riporta sovente ad un’esperienza «antica»; rinnova il ricordo di quando bambina aiutavo mia madre a raggomitolare una matassa di lana. L’operazione non era semplice, ma risultava affascinante.

Si trattava, innanzitutto, di trovare il bandolo della matassa e di lì  riuscire ad avvolgere il filo per formare un gomitolo.

Mentre le mani di mia madre si muovevano velocemente, le mie braccia dovevano muoversi seguendo «ritmo criterio geometria», ondeggiando ora verso destra, ora verso sinistra per assecondare il movimento del filo.

Coniugare movimento e posizione non era facile; dal ritmo, dall’armonia, dalla corretta posizione delle braccia derivava l’integrità del gomitolo; ogni sussulto, ogni movimento bizzarro, ogni difficoltà a posizionarsi poteva produrre uno «strappo». Il filo di lana si spezzava e bisognava fare un nodo; procedere, riprendere la posizione, il tempo, lo spazio, mentre quel nodo sarebbe rimasto, accuratamente celato nel rovescio del manufatto, a ricordare la difficoltà dello sbrogliare la matassa.

Ma non si trattava soltanto di un’operazione manuale; fondamentalmente si trattava di un incontro; l’una di fronte all’altra, intente a misurare e ad armonizzare i movimenti, potevamo fare esperienza di una condivisione a livelli molto più intimi che non quelli previsti dal compiere un’attività comune, di scarsa importanza.

Ecco, quando entro nella stanza di mediazione è un po’ come sedersi sullo sgabello e offrire ai mediati il bandolo perché possano raggomitolare; le mie mani si muovono ora verso l’uno, ora verso l’altro, per alleanze temporanee, a facilitare la costruzione del… gomitolo. Anche in questo caso, si tratta di posizionarsi gradatamente, e a volte faticosamente, al centro, ossia in una posizione che consenta di passare da una parte all’altra armonicamente, cercando di non far spezzare il filo, non più quello di lana, ma quello delle emozioni che vanno e vengono tra ciascuno di loro e me e che, col movimento ondeggiante a destra e a sinistra, finiscono veicolate dall’uno all’altro attraverso me.

Così  io sento che l’essere mediano è un posizionamento, un trovarsi in una zona, nel lasciarla, nel ritrovarla, nel cercarne un’altra, nell’abbandonarla, e via via in una continua ricerca. Ed è proprio questo continuo movimento a non far crollare la fragile e mobile costruzione, come su una bicicletta è soltanto il moto a reggere l’equilibrio. Bisogna districarsi nel «parlamento di anime» che ognuno si porta dentro, capire quale dei tanti «io» mi sta parlando in quel momento perché, come dicono Deleuze e Guattari, ciascuno di noi è parecchi. E poi cogliere e trasmettere la polifonia dell’anima: si è madre ma si è anche donna, amante, si è padri e mariti ma anche uomini, frustrati, delusi, offesi... […]

L’impressione, esaltante, è quella di non essere mediatore, ma di provare ad esserlo ogni volta; l’incertezza, l’impegno, il timore, la ricerca di armonia, il lasciarsi andare e il prestare attenzione, tutti elementi che in qualche modo rievocano l’esperienza della mia infanzia. Perché l’infanzia è l’età dello stupore, questo dono trascurato che troppo spesso viene a smarrirsi con la maturità, inaridendo ogni curiosità che è il sale della vita. Bisogna riappropriarsi dello stupore, verso se stessi e verso gli altri, perché «lo stupore è l’iniziazione all’evento. Nasce un nuovo paradigma di verità attraverso lo stupore e attraverso il ritrovamento di questa condizione della realtà come qualcosa di altro da noi, rispetto a cui non dobbiamo manifestare l’atteggiamento del dominio o del controllo».

 

Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003

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