Uno dei giovani impegnati nella simulazione gli rispose: «...ma noi in Italia litighiamo così; …non ci interessa trovare un accordo immediatamente; …dobbiamo prima di tutto litigare!».
Nella successiva interazione verbale, al di fuori ormai del contesto simulativo e di apprendimento, il mediatore spiegava che il problema della diversità derivava dalle differenti culture, ma che ciò non poteva incidere sulla prassi mediativa che doveva essere orientata a negoziare contenuti, a rinvenire soluzioni, magari attraverso l’applicazione della metodica del problem solving, soddisfacenti per entrambi i confliggenti.
Fu in quel momento, di fronte a tanta pragmatica certezza che nacque il termine «mediterraneo» per definire i modi e le peculiarità di un modo di fare mediazione che si andava sviluppando applicandosi ad una tipologia di conflitto e ad una caratterialità dei confliggenti percepite e qualificate nel loro essere e nei loro modi dall’ambito geografico e culturale di appartenenza.
Sul piano razionale non avevo ben chiaro che cosa potesse significare quel termine, ma sul piano emotivo esso rimandava ai colori, ai sapori, ai profumi, ai mestieri della nostra terra mediterranea, richiamando, in contrasto con le idee pragmatiche per le quali la mediazione è una forma di negoziazione, il clamore delle emozioni che risuonano nella stanza di mediazione e per le quali non è possibile realizzare alcuna forma di negotium. Mi sembrava che la fissa rigidità della negoziazione, finalizzata ad un concreto e pragmatico obiettivo, si distanziasse dalla fluidità delle emozioni, sempre diverse, quasi fossero uno scorrere marino, piane od agitate come le onde; la negoziazione è il fine, la mediazione è la ricerca di questo fine, è il cammino verso nessuna verità, perché la verità altro non è «che il falso stesso divenutoci tanto familiare da essere scambiato per vero».[…]
E poi perché «questo mare che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi torna ad essere un simbolo: la sua posizione di mediazione tra le terre potrebbe essere una garanzia contro la deriva dei continenti, contro il rinchiudersi di ciascuno di essi nella ripetizione assordante delle proprie virtù. Chi colloca il proprio centro sui confini sa che ogni intesa è fragile e può all’improvviso rovesciare, sa di posare su fondamenta d’acqua, mobili e incostanti come i venti: può soltanto vantare, all’interno del suo inquieto metabolismo, un equilibrio ed un’attenzione per la misura che vengono da lontano e sono depositati già nell’insegnamento della tragedia». Il Mediterraneo è il simbolo stesso dell’incontro con l’Altro, la sua specificità e il suo genio nascono proprio dalla sua funzione di continua mediazione tra culture diverse, Oriente ed Occidente, Arabi e Latini, cristiani e musulmani: qui sta la sua vera ricchezza, nello scambio, nel mescolamento, anche violento, ma sempre dialettico e mai statico. […]
E la vitalità dei popoli mediterranei, la loro confusione tanto stigmatizzata in quell’occasione seminariale, mi sembrava ne cogliesse invece un aspetto fondamentale: ciò che veniva indicato come inutile e fuorviante rispetto al raggiungimento di un obiettivo – l’accordo tra i confliggenti – ne era invece il cuore pulsante. In una diversa visione dell’approccio mediativo, imperniata soprattutto sul riconoscimento delle proprie ed altrui emozioni, molto del nostro lavoro si appoggia proprio su quegli scambi in cui all’improvviso, magari nascosti nelle pieghe dei gesti e delle parole, vengono fuori quei nodi mai sciolti di un sentire e un comunicare interrotto. […]
Mediterranea è l’arte della contrattazione, in ogni mercato, dal Maghreb fino alle piazze di Napoli o di Bari, nel quotidiano sperimentiamo il presupposto fondamentale di ogni comunicazione, che «si fonda su processi più o meno lunghi e complessi di negoziazione e patteggiamento fra i soggetti comunicanti».
Tratto da "La mediazione mediterranea", Mediares n°1/2003