In mediazione, inizialmente, Lucia ha assunto un atteggiamento apertamente oppositivo, che si esprimeva anche attraverso una postura di chiusura e di difesa (non guardava il carabiniere e quasi gli dava le spalle); anche il carabiniere, sebbene più conciliante appariva nel complesso un po' rigido. Entrambi hanno descritto l'accaduto accusandosi reciprocamente. Per Lucia, il carabiniere, in quanto tale, era un "infamone" e un "corrotto" (conformemente agli schemi socio-culturali di riferimento). Aveva mancato di rispetto a sua madre entrando in quel modo nella sala visite, violando la sua intimità visto che la signora non era completamente vestita. Lucia si era sentita in dovere di intervenire per una sorta di lealtà nei confronti del codice di comportamento familiare.
Il carabiniere, a sua volta, rivendicava l'adeguatezza della propria condotta in quanto era "specchio" dei mediatori, attraverso l'accoglimento delle emozioni di rabbia e di risentimento per un'offesa ritenuta ingiusta, ha rimandato ad entrambi un'immagine di adeguatezza, lealtà e senso del dovere. Entrambi hanno fatto quello che ritenevano giusto facendo riferimento a differenti codici etici e comportamentali. Il carabiniere ha riconosciuto che forse per Lucia non era possibile fare altrimenti. Lucia ha potuto osservare il carabiniere sotto una luce diversa, al di là del ruolo, in quanto persona. L'atmosfera è divenuta più serena, a tratti anche scherzosa. E' emersa anche una parte della vicenda personale della ragazza (il precario stato di salute della madre ha costretto Lucia ad assumere precocemente molte responsabilità) che ha contribuito a far comprendere meglio il suo comportamento. Lucia, d'altro canto, è arrivata ad affermare che in caso di necessità si sarebbe rivolta al carabiniere perché lo riteneva affidabile (nonostante rimanesse pur sempre un carabiniere!). Lucia ha, in seguito, scritto una lettera di scuse ad entrambi i carabinieri coinvolti nell'accaduto.