Storie di conflitti, di competizione tra madre e padre sostenuta dall’organizzazione della società occidentale e dai conseguenti studi della psicologia che hanno sempre privilegiato l’osservazione del rapporto madre-figli, rinforzandone l’imprescindibilità nella crescita del bambino.

Il padre è  stato quasi sempre visto come terzo; si è preferito, in qualche modo, sottolineare le inadempienze e le inadeguatezze, fino a decretarne la “morte”, attraverso l’abusato utilizzo della formula “società senza padri”.

Il significato originario, derivante da analisi sociologiche orientate a cogliere le trasformazioni del ruolo paterno nelle società altamente tecnologizzate, è stato nel tempo rivisitato e riadattato a una serie considerevole di situazioni, finendo col divenire uno slogan sbandierato come strumento “bellico” nel conflitto tra i generi, con particolare violenza dal movimento femminista radicale.

Ai padri si rimproverava tutto: l’autoritarismo e l’analfabetismo affettivo; lo scimmiottamento dei comportamenti femminili e il disinteresse totale nei confronti della famiglia.

"Patrizzare": essere simile al padre; somigliare al padre.

Questa è  la definizione che più comunemente si trova nei dizionari.

Eppure, quando ho cominciato ad usare questo termine pensavo al significato di: “fare il tifo”, “tenere per il padre”, “essere a favore del padre”, di quei padri, tanti, che incontro quasi quotidianamente nel mio lavoro, padri arrabbiati, delusi, impotenti, tristi, sofferenti, amareggiati, quasi sempre perdenti nei confronti delle madri rispetto ai figli.

Può un padre esprimere la propria vulnerabilità affettiva e la ricchezza delle sue tensioni emotive senza con questo sentirsi minacciato nella sua identità o sminuito nella sua capacità propositiva di percorsi di vita per il figlio e regolativa di essi?

E’ il problema di fondo che emerge nelle nuove generazioni di genitori, almeno di quelli che con consapevolezza hanno deciso di rioccupare quella assenza che è stata imputata ad altri padri.

Ci sono cose da attivare in relazione all'età e ai particolari comportamenti che i figli metteranno in atto a partire dal momento della rivelazione; ma ci sono atteggiamenti e azioni che vanno evitati, comunque e in maniera più generale:

  1. di parlare male dell'altro genitore in presenza del figlio o di lasciar intendere che è cattivo, che è il responsabile del dolore di tutti;
  2. di coinvolgere i figli nelle discussioni degli adulti sia in maniera indiretta, come uditori, sia in maniera diretta, chiedendo loro di dire chi ha ragione tra i genitori, se mamma o papà;
  3. di usare i figli come "ambasciatori" delle richieste o delle lamentele nei confronti dell'altro genitore;
  4. di fare dei figli i confidenti sulle questioni della separazione e degli stati d'animo dei genitori, la spalla su cui piangere, i consolatori;
  5. di "far decidere" sempre ai figli, soprattutto se molto piccoli, come gestire la loro vita ed i rapporti con ciascuno dei genitori. 

Il disagio, tutto sommato "fisiologico", che i figli manifestano all'annuncio della separazione dei genitori, deve essere affrontato e superato per consentire un rapido recupero della piena funzionalità delle aree in cui esso si manifesta; ovviamente questo va fatto con modalità differenti a seconda dell'età dei bambini. Bisogna imparare a riconoscere e accogliere l'ansia indotta dalla situazione di separazione e la sofferenza per l'allontanamento delle figure genitoriali. E' essenziale ricordare che la separazione dei genitori è un evento particolarmente critico nella vita di un bambino, ma è altrettanto essenziale ricordare che la possibilità che tale evento abbia un impatto non degenerativo sulla futura crescita dei figli dipende in larga parte dal modo in cui i genitori stessi affrontano e gestiscono la separazione.

Frequentemente i genitori pensano che i bambini che affrontano l'esperienza della separazione rimangano traumatizzati e hanno per questo bisogno di un supporto psicologico o di una terapia. In realtà, se i genitori sono sensibili ai bisogni dei loro figli e si mettono emotivamente e temporalmente a loro disposizione per ascoltarli e parlare, non sarà necessario nessuna terapia.

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