Tutte le volte che mi viene posta così, schematicamente, la domanda, confesso di non saper rispondere. Cerco come punto di riferimento le definizioni contenute nei sacri testi sull’argomento e le trovo concettualmente corrette e, tuttavia, sento che esse sono lontanissime dalla mia esperienza di mediatore.

Sarà forse perché molti di coloro che studiano la mediazione non hanno mai messo piede in una stanza di mediazione, sarà perché si pensa che appartengano allo stesso ordine concettuale la negoziazione, la conciliazione, l’arbitrato o forse, molto più semplicemente, la ragione di questa difficoltà consiste nel fatto che ogni definizione, proprio a motivo del suo carattere generalizzante e categorizzante, esclude o non riesce a contenere la vasta gamma delle ridondanti esperienze umane agite conflittualmente.

Capita in mediazione di provare la sensazione di trovarci di fronte a persone con una maschera sul volto.

Indossare una maschera non è di per sé un fatto negativo: a ciascuno di noi, in talune situazioni può essere capitato di mascherarsi per proteggersi, per non farsi attaccare, per isolarsi.

In tutti questi casi una maschera può servire.

Salire le scale che portano all’ottavo piano del caseggiato dove è situato l’Ufficio di mediazione recando la cartella, strumento indispensabile della mia vita quotidiana, ricolma di carte e di appunti, pesante quasi come una valigia: una valigia tanto piena di vissuti esistenziali (il bagaglio non solo della mia vita vissuta, ma soprattutto di quelle viste ed ascoltate negli anni della mia professione), una valigia così pesante che sarebbe impossibile portarla su...; e invece salire spesso a piedi, quasi a volersi preparare ad un incontro con coloro che sono lì.

La sensazione più strana, sedendosi di fronte ai confliggenti, è  che l’essere in mezzo non è una strategia, non è una tecnica, non è una qualità; per certi aspetti, mediatori si diventa ogni volta che si entra nella stanza di mediazione e, seduti di fronte ai confliggenti, si cerca la posizione mediana.

Nasce, quasi per caso, dal confronto con un mediatore americano, il quale, nel corso di una giornata seminariale, supervisionando un roleplaying, di fronte all’esplosione del conflitto e ai modi violenti della sua espressione, intervenne per invitare i «confliggenti» a non urlare, non gesticolare, a concentrarsi sui contenuti del conflitto che li opponeva per ricercare una soluzione.

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