Dall'analisi delle mediazioni svolte emergono alcune delle caratteristiche peculiari del processo mediativo.

Innanzitutto, l'intervento del mediatore si qualifica per ciò che egli si astiene rigorosamente dal fare: il mediatore non dà giudizi o valutazioni (neanche a livello implicito), non propone soluzioni. L'avalutatività del mediatore costituisce la caratteristica fondamentale su cui si fonda la posizione "mediana" dello stesso.

L'obiettivo della mediazione è quello di consentire ai confliggenti di abbandonare i ruoli, le "posizioni", per potersi incontrare come "persone".

Questo obiettivo è raggiunto attraverso pochi, ma incisivi, tipi di intervento.

Evidentemente, si tratta di concepire un sistema che non è dato dalla semplice elencazione o somma degli elementi che lo compongono (vittima, reo, mediatori, reato, inviante, esito), ma un sistema che sia la costruzione che se ne ricava e che deriva dall'intrecciarsi delle qualità costitutive dei singoli elementi in relazione tra loro.

Per coglierne la peculiarità, si può partire dall'analisi delle differenze tra sistema giudiziario e sistema mediativo.

Un'aula giudiziaria è uno spazio la cui strutturazione è connessa con l'obiettivo funzionale che è connotato essenzialmente dall'esercizio del potere, potere giudicante in prevalenza con tutti i suoi simboli (toga, linguaggio tecnico-giuridico); le comunicazioni sono veicolate attraverso una rigida schematizzazione di ruoli e funzioni (pubblico ministero, collegio giudicante, reo, difensori, vittima) ed è dunque una comunicazione nella quale rivestono carattere privilegiato i contenuti (informazioni, testimonianze, fatti, accertamento della verità).

Il passaggio dalla considerazione della particolare fase della storia evolutiva dell'individuo che chiamiamo adolescenza alla presa d'atto della singolarità del comportamento deviante all'interno di tutti quelli possibili adolescenziali, come comunicazione-relazione con la possibile vittima di tale azione, introduce al secondo elemento che individua il sistema mediativo e cioè la particolare costruzione di una peculiare realtà nella stanza di mediazione che è il risultato dello stesso processo mediativo.

Vittima e reo: "fintanto che ciascuno dei due si rapporterà all'altro per il tramite del protocollo rappresentato dal ruolo, un muro di incomprensione e di incomunicabilità impedirà che si riconoscano come persone; quello che è fondamentale per entrambi è abbandonare la "prigione" nella quale ciascuno è rinchiuso ed accogliere le reciproche richieste. In questo modo la violenza, che è espressione della sofferenza, troverà un luogo in cui raccontare se stessa e cercare una nuova definizione; le parti in conflitto possono allora giungere insieme ad una soluzione; la scelta della riparazione è una scelta comune, volontaria: è il passo necessario perché si compia il passaggio che consente di abbandonare il passato per rivolgersi al futuro"(J. Morineau).

Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che l'adolescenza rappresenta la fase dei più forti e dolorosi conflitti a livello individuale, familiare e sociale: il superamento, l'elaborazione di questa situazione conflittuale rappresentano la strategia di passaggio verso una condizione di differente equilibrio.

Ciò avviene in modi differenziati, spesso attraverso segnali di richiamo, grida di aiuto, espressioni di violenza finalizzati ad ottenere risposte di supporto alla fuoruscita da questa condizione di instabilità, incertezza, malessere.

Alla ricerca disperata di una scelta di vita, di un'idea in cui riconoscersi, e investire se stessi, gli adolescenti chiedono al sociale di poter rinvenire al suo interno, indizi, informazioni coerenti su cui strutturare un'identità personale congrua con i progetti di vita. Laddove la ricerca risulta difficile e l'incoerenza, la frammentarietà, la contraddittorietà disorientano, è più facile che essi scelgano l'azione deviante come espressione di sé [...]

Molto spesso, parlando di mediazione si cerca di sottolineare quanto essa non sia una tecnica di gestione dei conflitti quanto, piuttosto, un vero e proprio modo di essere. Il mediatore, cioè, non è tale solo quando siede nella stanza di mediazione, ma è una persona capace di esprimere sempre un atteggiamento "mediativo" nei confronti dei conflitti, delle situazioni complesse, degli "altri". Atteggiamento mediativo prevalentemente orientato all'accoglienza, all'ascolto, alla composizione del conflitto attraverso l'utilizzo del dialogo maieutico, che si sostanzia, essenzialmente, nella capacità di ascolto, di accoglienza, di composizione dei conflitti.

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