Il piccolo Giorgio ha tre anni, gioca tranquillo sul tappeto nella sua stanza circondato da giocattoli e peluche.

Con un linguaggio appena articolato, commenta il diverso posizionarsi degli incastri. Al di là della stanza, i suoni e i rumori familiari dell’acqua che scroscia sulle stoviglie; i passi del papà che armeggia nello studio; le voci di sua sorella che chiede spiegazioni sui compiti, di suo fratello Giovanni che ascolta musica e risponde al telefono.

La mescolanza di voci è il suo mondo, la sua tranquillità, il nido.

Il conflitto come evento in sé non è né positivo né negativo; esso è, piuttosto, un evento naturale che si ripete ciclicamente nella vita delle persone e in tutti i tipi di relazione.

L’evento conflittuale assume una valenza positiva o negativa a seconda del modo in cui viene affrontato.

Esso può  essere un momento fisiologico di un cambiamento in una fase del ciclo vitale di una famiglia, oppure un momento di crisi in una relazione di coppia che prelude ad una crescita della relazione stessa; nei casi di gestione positiva, il conflitto può diventare uno strumento utile a mobilitare importanti risorse emotive ed affettive personali necessarie al riequilibrio ed al miglioramento delle relazioni di coppia e familiari.

Il conflitto è una condizione naturale nella vita di ciascuno di noi. Essere in conflitto con qualcuno, di tanto in tanto, è perfettamente normale; i litigi rappresentano a volte solamente uno dei modi attraverso i quali le persone possono entrare in relazione tra loro, comportamenti come tanti altri e, in quanto tali, veicolo di comunicazioni all’interno di una relazione tra persone. Litigare può anche essere un momento importante e produttivo da questo punto di vista, poiché consente di esprimere e rendere evidenti "messaggi" che non si era riusciti a comunicare diversamente.

Tali messaggi si riferiscono soprattutto ai bisogni e ai sentimenti che ciascuno ha e ai quali non sono stati permessi, per un qualche motivo, espressione e riconoscimento. Nelle liti è come se le persone letteralmente "urlassero" le une alle altre i propri bisogni e le proprie emozioni, dal momento che, probabilmente, non era stato possibile comunicarli in altro modo.

Si può, generalizzando, individuare nella difficoltà del contesto culturale ad accogliere la mediazione, l'elemento esterno che provoca il fallimento dei concreti percorsi mediativi, ma che può incidere anche nel più globale processo di diffusione della cultura della mediazione.

Abbiamo già detto che la mediazione familiare nel nostro paese è ancora in una fase di riconoscimento e di legittimazione.

I tentativi messi in atto, all'interno di più generali progetti di riforma della normativa sul diritto di famiglia, di darne una definizione, sono risultati pressoché fallimentari.

Non è possibile immaginare un incontro di mediazione in cui il mediatore non incontri intimamente le persone che ha di fronte.

Empatia significa trasmettere il messaggio: "comprendo quello che dici e come ti senti", in modo che questa consapevolezza divenga possibile da parte di ciascun utente nei confronti dell'altro. Se non c'è empatia, l'operatore non può partecipare al processo del consenso, poiché egli non è nella condizione di con-sentire, cioè sentire con le persone in mediazione. Di conseguenza non è capace seriamente ed efficaciemente di innescare, a partire dalle sue risonanze e dai suoi rispecchiamenti, un processo di reciproca empatia e di consenso tra le parti. Riattivare la comunicazione diventa, allora, un cercare di fare accettare all'uno le ragioni dell'altro, piuttosto che far comprendere queste ragioni e i sentimenti a cui sono legate.

L'accordo può somigliare più ad un compromesso, può risultare rigido, fasullo, di comodo, un accordo "purché sia" (accetto le condizioni dell'accordo anche se non le condivido in realtà fino in fondo, purché tutto ciò finisca, purché questa farsa abbia termine) e dunque è un accordo fallibile; di conseguenza l'intero processo si rivela fallimentare.

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