Quando la coppia è alle prese con l’evento separazione, incrocia il sistema giudiziario. E’ un crocevia molto complicato, ed è evidente che se ciascuno è alle prese con il proprio dolore farà parecchia fatica ad occuparsi del dolore degli altri, in questo caso dei bambini. Ed è qui che bisogna immaginare di essere quando si parla di mediazione familiare e del percorso di ricostruzione dei legami.

La mediazione familiare è un processo di comunicazione valoriale dove un terzo imparziale senza poteri decisionali o consultivi, mediante il dialogo maieutico, accompagna i genitori verso la condivisione di scelte responsabili in vista della ricostruzione dei legami lacerati dal conflitto. Ed è con questi legami lacerati che dobbiamo fare i conti.

"Perché un mondo sia un mondo, sono necessari grandi sogni e la volontà di realizzarli", diceva Malraux.

E il sogno del mediatore è quello di "riunire" gli uomini, di ricostruire legami, di restituire ad ognuno la propria dignità perché partecipi attivamente alla trasformazione della sofferenza e del disordine dell'umanità.

Sofferenza e disordine che sempre accompagnano il conflitto a segnalare l'intollerabilità dell'esperienza umana del dolore per il frantumarsi di una relazione interpersonale importante o di un patto sociale fondante i rapporti comunitari.

Cosa può  accadere se introduciamo un elemento nuovo come la mediazione familiare? La mediazione familiare è una “informazione” nuova che tende a produrre un cambiamento. La sua capacità  di produrre trasformazioni è connessa fondamentalmente con il fatto che inserisce elementi che si fondano su nuove logiche, producendo nuovi e diversi comportamenti.

Il primo elemento di segno diverso è rintracciabile nel fatto che nella mediazione non hanno cittadinanza l'uso e la gestione del potere.
Il mediatore non decide, non risolve, non giudica, non esprime valutazioni, non suggerisce soluzioni. Pertanto, se per esempio al sistema degli operatori sostituiamo quello della mediazione, di per sé questo intervento non è  orientato a supportare la decisione del giudice; esso è organizzato a tirar fuori le risorse dei genitori/coniugi finalizzate alla ricerca e alla scoperta di soluzioni che attengono alle scelte fondamentali.

In questo senso è un sistema che rifiuta la delega decisionale e con essa ogni iniziativa tendente a individuare buoni e cattivi, adeguati e inadeguati e, conseguentemente, libera i genitori/coniugi da ogni dipendenza dal potere degli operatori. Questo restituisce in modo sano le capacità decisionali in capo ai genitori e, con esse, la legittima responsabilità a tutelare l'interesse dei figli.

Per poter introdurre una riflessione chiara sul ruolo della mediazione familiare nei conflitti che conducono le coppie alla separazione, a titolo esemplificativo, prendiamo in esame un conflitto genitoriale, considerandone ad esempio le dinamiche relazionali.

Se fotografiamo il sistema familiare nella particolare fase della storia del nucleo che corrisponde all'evento-separazione e analizziamo i modi in cui si relazionano i membri della coppia coniugal-genitoriale, individueremo, con una certa facilità, che essi si connotano come liti, contese, accuse, giudizi, recriminazioni; in sostanza, il clima relazionale è quello tipico della guerra attraverso la messa in atto e il ricorso a logiche di potere.

Ancora, ciascuno dei componenti attrezza strategie belliche: dall'espulsione dell'altro al rifiuto del sostegno economico, alla coalizione con alcuni componenti del nucleo familiare nucleare o allargato, in particolare con i figli.

Andare alla ricerca del padre, non di quello personale, storico, né di quello variamente espresso dai tanti padri incontrati qua e là, ma del padre descritto, analizzato, studiato con la miope lente dell’osservazione sociologica o con quella deformante della psicologia è un percorso avvilente, tragico quasi disperante.

Ridondantemente si ripropongono figure-costruzioni, più pregiudizi e stereotipi sociali “che oscillano tra il vecchio modello dell’autoritarismo paterno privo di anima e il nuovo prototipo di mammo che per accedere al mondo del figlio dovrebbe imitare il materno senza scoprire una sua propria identità”.

Il “padre mammo”: ancora uno stereotipo teso a rimarcare la parzialità, a creare conflitti, a declinare una sorta di differenziazione aprioristica data una volta per tutte. Della serie: il padre è solo e soltanto autorità, freddezza, potere; se rivela altre caratteristiche, esse sono appannaggio del femminile e dunque è il padre materno.

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